Posted by: Flavio Pontiggia, in ESCURSIONI RECENTI

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L’escursione di oggi prevedeva, partendo da Premana, di raggiungere il Rifugio F.A.L.K lungo l’interminabile Val Varrone. Fortunatamente i Ragazzi di Via Bazzini non sono talebani e, come spesso capita, tornano sulle proprie decisioni. Cosi è stato oggi, giunti all’Alpe Forno hanno deciso di cambiare meta prendendo a destra per risalire la Val di Barconcelli e spingersi poi fino al Rifugio Santa Rita. Anche se non talebani, i Ragazzi di Via Bazzini sono comunque persone determinate ed anche oggi, nonostante la neve li avesse ostacolati non poco, hanno portato a termine un percorso di 22 Km con un dislivello di 1600 m. Roba da Iron Man o, per non escludere nessuno da Wonder Woman, visto che anche Graziella faceva parte del gruppo.
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C’e una montagna là sull’Appennino, sul lato sinistro del Trebbia, in quei di Piacenza, di color marrone scuro e dalle linee rocciose e verticali che contrastano in modo violento con quelli tondeggianti del paesaggi argillosi circostanti. Sebbene la cima raggiunga a malapena gli 836 metri di altezza viene soprannominata il “Cervino della Val Trebbia” per via del suo acuto profilo triangolare. Di natura vulcanica la Pietra Parcellara, e’ ritenuta essere un pezzo del mantello terrestre affiorato dalle viscere del pianeta circa 250 milioni di anni fa. Poco distante un’altro affioramento basaltico, la Pietra Perduca, un luogo mistico e affascinante la cui sacralità del luogo era già conosciuta nella preistoria, ma a parte queste curiosità geologiche, se non soffrite di vertigini, vi consiglio di salire in cima alla Pietra Parcellara lungo la sua rocciosa cresta Sud.
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Questa settimana cedo volentieri la penna all’amica Ombretta, quella sotto l’ombrello rosso, che ha voluto interrogarsi sul perché pur con un tempo che gli anglosassoni non avrebbero esitato a definire “It rains cat and dog” siamo ugualmente andati a camminare. Ecco le sue riflessioni :
Pensavo a cosa spinge ad alzarsi all’alba di una domenica di primavera con previsioni meteo pessime e voler comunque salire in cima al Pizzo Zerna in Val Brembana. Come volevasi dimostrare, la pioggia ci ha accompagnato sin dalla partenza da Carona lungo tutto il ns. percorso, per poi continuare a peggiorare e, più su, trasformarsi in bufera di nevischio, forti raffiche di vento, impossibilità ad avanzare per l’alta neve e quindi la ns. incondizionata resa. Ma nonostante tutto questo, forse ampiamente prevedibile, l’idea di rimanere a casa e dare forfait, senza neanche tentare, non mi ha per nulla sfiorato, ad ogni passo mi dicevo: ora andrà meglio, cambierà qualcosa e comunque è un passo in più verso l’agognata vetta, in fondo questa è la montagna, sudore, fatica, sforzo fisico, guadagnarsi la cima a piccoli step, una vera metafora dai più alti significati. Quando poi però, ci siamo ritrovati seduti in una tipica locanda del posto, davanti ad un meraviglioso piatto di gnocchetti alle ortiche fatti in casa, accompagnati da un buon calice di vino rosso, in una sala con uno scoppiettante, allegro e provvidenziale camino che ha asciugato le ns. stanche ed umide membra, tutto è stato chiaro e mi si è rivelato, ecco perché mi ero alzata quella mattina ed avevo ascoltato la vocina che mi diceva: vai, vai vai..!!! Tutti le riflessioni filosofiche sui grandi sistemi, sono finite alle ortiche (dei gnocchetti) e mi sono ritrovata a pensare che in fondo l’uomo è alla mercé di più bassi e terreni bisogni….!!!”
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Non è la prima volta che salgo in cima al Moregallo, ma è la prima volta lungo il sentiero Ileana e Paolo. Se non fosse che i sentieri vengono identificati con nomi di persona solo in maniera postuma e ” In memoria di ” saprei come battezzare il percorso di oggi, ma la scaramanzia ha le sue regole. Un percorso ad anello, una variante del sentiero Ileana e Paolo che unisce i tratti piu’ spettacolari dei sentieri del Moregallo, un percoso quasi adatto a tutti, il quasi è d’obbligo per via di alcuni passaggi esposti che richiedono passo fermo e assenza di vertigini. Un percorso gratificante, i cui panorami fanno dimenticare le fatiche dei tratti ripidi lungo la dorsale orientale del Moregallo, ma se non credete alle mie parole non vi resta che seguire il consiglio di Guido Angeli (quello della pubblicità Aiazzone di qualche tempo fa ): Provare per Credere. Il tracciato e l relativa descrizione del percorso nella consueta relazione dell’escursione.
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Questa mattina,il cielo sopra Vìmercate, anche se ingombro di nubi, faceva ben sperare, poi col passare del tempo le cose sono andate peggiorando, già prima di Lecco il profilo del Moregallo si confondeva sullo sfondo color melanzana. A Valmadrera con le prime avvisaglie del temporale ho avuto l’impressione che qualcuno con voce baritonale, da dietro le nubi annunciasse, l’imminente inizio del giudizio universale. Indeciso se entrare in una chiesa per chiedere perdono dei miei peccati o cercare rifugio in qualche baita di montagna e aspettare in piacevole compagnia il verdetto finale, alla fine convenendo che non fosse ancora giunto il momento ho cercato con occhio indagatore un segno all’ orizzonte che mi indicasse un luogo dove l’ira di Dio si fosse già placata. Seguendo quel segno mi sono ritrovato coaì alle pendici dei monti di casa mia, e qui la scelta della meta odierna non poteva cadere che sulla cima del Bolettone.
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Una delle “features” della mia inseparabile compagna di escursioni, la Olympus SX20, era quella di riconosce il profilo di un cane o di un gatto e di scattare loro una foto automaticamente, senza che io premessi il pulsante dell’otturatore. Sinceramente questa era, tra le sue modalità di utilizzo, la meno apprezzata da me. Ma ora non e più’ così, dopo aver modificato il suo Firmware, la mia macchina fotografica riconosce altri profili, non più il muso dei nostri animali domestici,e valuta inoltre l’opportunità o meno di scattare loro una foto. Oggi, mentre io mi perdevo con lo sguardo nel paesaggio che si gode la Rifugio Rosalba, la mia macchina fotografica ha scattato in modo del tutto autonomo la foto sopra riprodotta, ovviamente dopo aver valutato che il profilo del soggetto identificato era degno di essere immortalato. Non trovate che se Olympus modificasse i profili da riconoscere venderebbe un maggior numero di macchine fotografiche? Io penso di si.
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“Se la fortuna è cieca la sfiga ci vede bene”, cosi oggi proprio a causa di quest’ultima ho dovuto trasformare,così su due piedi, la programmata escursione per cresta sul Monte Tamaro in una visita alla Chiesa di S. Maria degli Angeli posta proprio all’inizio del sentiero che dall’Alpe Foppa porta al Monte Tamaro. La Chiesa di Santa Maria degli Angeli dell’architetto ticinese Mario Botta è quello che, a detta di molti, è un riuscito connubio tra montagna e architettura. L’Arch. Mario Botta è lo stesso progettista che ha firmato il complesso in mattoni rossi di Piazza Marconi a Vimercate di cui noi abitanti non andiamo particolarmente fieri. Come si suol dire “Non tutte le ciambelle vengono col buco”, comunque, seppur senza buco noi vimercatesi possiamo vantarci di avere una ciambella di Mario Botta.
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Volevo essere là ma sono venuto quà. Sento che se fossi stato la….., ma questo non lo saprò mai. A chi non è mai capitato di vivere la tematica di “Sliding Doors” ?
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Oggi ho deciso di prendermi una giornata di ferie e andare coi Ragazzi di via Bazzini a ciaspolare, la meta stabilita è il Pian dei Cavalli. Non ho la minima idea dove sia, ma non è un problema basta chiederlo a Google. Il dislivello da superare è di 900 m, per lo più con le ciaspole ai piedi troppi per i miei gusti, ma ormai non posso più tirarmi indietro: ho promesso a Roberto che a meno di una tegola in testa sarei andato con loro. Dato che la probabilità che l’evento si verifichi è praticamente nullo non mi resta che mettere lo zaino in spalla e andare. La giornata e’ molto bella, la neve è meravigliosa e, nonostante tutto, riesco a mantenere il contatto con gli altri anche se con un po’di fatica. Cosa avrei perso se a causa della mia ritrosia per le ciaspole non fossi andato, è proprio vero non bisogna mai fasciarsi la testa prima di averla sbattuta.
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Quello che vedete nella foto è l’affresco della “Danza macabra” posta sulla facciata di casa Milesi a Cassiglio in Val Stabina. Secondo la tradizione, fino al 1600, le salme, dei defunti di Cassiglio non venivano sepolte nella propria valle ma venivano inumate nella valle adiacente, la Val Taleggio, e fin qui niente di strano, se non fosse per il fatto che a quei tempi la Val Stabina e la Val Taleggio comunicavano tra loro attraverso un Passo posto a 1500 m di quota. Questo voleva dire che per dare sepoltura al proprio caro era necessario trasportare la salma fino al Passo sovrastante il borgo di 800 m. Ed è proprio qui, in questo punto di congiunzione tra le due valli, che il defunto dopo aver ricevuto l’estremo saluto dai propri cari veniva preso in consegna dagli abitanti della Val Taleggio per essere sepolto nel sottostante cimitero di Pizzino. Da allora questo Passo è conosciuto come il Passo dei Baciamorti. L’affresco, questo singolare rito di commiato al Passo, mostrano quanto fosse profondo e radicato nella cultura del luogo il pensiero della Morte. Il sentiero che dal Lago di Cassiglio saliva al Passo dei Baciamorti, era a quel tempo, il modo piu’ rapido per raggiungere la Valsassina, ed ora che non ha ha più questa funzione, ora è conosciuto dagli escursionisti come Sentiero 101 delle Orobie Occidentali. La meta prescelta dell’escursione di oggi era la cima del Pizzo dei Baciamorti attraverso l’omonimo passo, dico era, perchè avendo perso il sentiero durante la salita ho ritenuto più saggio tornare sui miei passi e non sfidare la sorte cercando un’alternativa per raggiungere la meta ad ogni costo. La nomea del Passo è stato un ottimo deterrente.
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